Etologia equina con Rachele Malavasi

Etologia equina con Rachele Malavasi

Etologia equina con Rachele Malavasi

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Lo scorso weekend ho avuto l’occasione di prendere parte ad un interessantissimo stage di etologia equina avanzato tenuto dalla Dr.ssa Rachele Malavasi. Negli ultimi tempi il desiderio di approfondire la conoscenza del comportamento animale canino ed equino mi ha portato a seguire da vicino non solo la cinofilia e l’educazione cinofila ma anche l’approccio etologico al cavallo. Come veterinario il desiderio di poter curare i miei pazienti con una maggiore attenzione alle loro esigenze comportali mi ha stimolato nella prosecuzione di questo cammino di ricerca.
Ultimamente le scuole di equitazione si fanno promotrici dell’uno o dell’altro modello di addestramento evidenziandone gli obiettivi di rispetto dell’etologia del cavallo. Il termine “etologico” è diventato un po’ lo slogan di tutti i più moderni approcci educativi. Io ritengo che la cosa basilare al di là degli stili, delle filosofie e soprattutto delle mode, sia comprendere il linguaggio del cavallo e rispettarlo come essere unico e senziente. Esattamente come gli esseri umani, nonostante i canali e i mezzi di comunicazione e il bagaglio genetico siano comuni a tutti, ogni individuo della specie equina è unico e va compreso e rispettato nella sua unicità.
Ciascun cavallo infatti è dotato di una propria personalità che è il risultato dell’interazione tra temperamento e ambiente. Il temperamento può essere definito come una misura della soglia di attivazione in risposta agli stimoli ambientali. Perché si realizzi una risposta, lo stimolo deve essere di entità tale da superare il livello soglia specifico di quell’individuo in modo da attivare la cascata ormonale necessaria all’espletamento della risposta. Più la soglia è bassa più sarà bassa l’intensità dello stimolo in grado di scatenare una risposta.
I tratti della personalità posso essere così riassunti:
• eccitabilità ( o il livello di attivazione e velocità nello sviluppo di un movimento)
• ansietà (insicurezza, apprensione, paurosità)
• socialità (giocosità, socievolezza, popolarità)
• competitività (perseveranza nello svolgere un’attività, scoprire i propri limiti nel confronto con gli altri mettendosi in discussione)
• protettività (cura del puledro o di un affiliato)
• curiosità (intraprendenza, entusiasmo; recenti studi hanno evidenziato come questo tratto della personalità è associato al gene che codifica per il mantello sauro).
Vi chiederete che implicazioni possano avere queste considerazioni nella relazione col cavallo. Siamo sempre stati portati ad intendere quest’ultima come una richiesta (sotto forma di stimolo) che noi facciamo nei confronti di esso a cui deve o dovrebbe seguire una risposta. Se anziché lavorare solamente sull’ottenimento di questa risposta, operiamo sullo stato emotivo del cavallo (promuovendo soprattutto uno stato neutro e rilassato) avremmo influenzato il suo temperamento innalzando la sua soglia di risposta agli stimoli soprattutto per quanto riguarda l’eccitabilità e l’ansietà che sono i tratti su cui l’uomo può agire nella selezione e sono gli aspetti che più risultano importanti nel percorso di apprendimento del cavallo in qualsiasi disciplina equestre.
Aggirandosi tra i vari centri ippici vi sarà capitato sicuramente di imbattervi in due principali categorie di cavalli: i nevrotici e gli schivi. I primi sono caratterizzati da un elevato grado di eccitabilità, mentre i secondi sono meno reattivi, tendenzialmente apatici. Questi due tipi di personalità, sebbene rappresentino la maggior parte dei casi in ambito domestico, in natura hanno una prevalenza bassissima in quanto i cavalli nevrotici e schivi non riescono a riprodursi poiché hanno scarse capacità sociali che sono alla base delle interazioni per l’attività riproduttiva. Sono praticamente degli emarginati e rappresentano delle derive della personalità. Se si volesse rappresentare la popolazione equina con una curva gaussiana, queste due categorie si troverebbero agli estremi; al centro della curva invece si troverebbero i cavalli con personalità centrata (la popolazione più diffusa) con ai lati le altre due categorie intermedie di cavalli tendenzialmente estroversi o introversi. In pratica l’uomo è riuscito a selezionare un tipologia di personalità che in natura non viene premiata… Ricordiamoci infatti che la personalità deriva dall’interazione del temperamento geneticamente determinato con l’ambiente di cui fa parte anche l’uomo.
Cosa può fare allora l’uomo per promuovere lo sviluppo di una personalità centrata?
Rachele Malavasi ci ha spiegato che per poter raggiungere questo obiettivo è necessario soddisfare le 3 principali necessità etologiche:
• grooming (la cura del proprio corpo e quella di un altro cavallo)
• gioco sociale (basilare per misurare le proprie capacità e apprendere i movimenti necessari alla difesa e tutela della banda ecc…; nelle femmine anche il semplice trottare insieme oppure nei maschi le rampate o le sfide)
• intervenire nelle dinamiche di altri soggetti (riuscire a modificare un’azione intrapresa da un altro soggetto a favore di un terzo per ribadire un legame affettivo ad esempio)
Queste necessità etologiche devono essere garantite una volta soddisfatti i bisogni fisiologici del cavallo (fame, sete, ripararsi ecc) e hanno 4 caratteristiche:
• sono manifestate da tutti i componenti della stessa specie
• soddisfarle provoca piacere grazie alla liberazione di endorfine ed oppiodi endogeni
• se non soddisfatte portano all’aumentata produzione di cortisolo ovvero l’ormone dello stress
• esiste un recupero post inibitorio (quando non sono state soddisfatte per un certo periodo, alla prima possibilità di appagamento si ha un aumento del tasso di manifestazione di quel dato comportamento).
Nell’adottare questi comportamenti il comportamenti il cavallo si sentirà appagato, al sicuro, parte di un gruppo sociale, fino alla propria autorealizzazione.
La relazione di Rachele Malavasi ha poi approfondito il concetto di TOTE nell’ambito della cognitivo del cavallo (acronimo che sta per Test Operate Test Exit). Il cavallo esattamente come l’uomo testa la corrispondenza tra la realtà e il suo ideale per creare un piano di azione mentale. Ad esempio in uno studio eseguito da Rachele all’interno dell’oasi Equiluna in collaborazione con l’università di Vienna, veniva posto un secchio di avena al di là della porta del paddock. L’osservatore ha registrato i comportamenti adottati dal cavallo per poter raggiungere il suo obiettivo ovvero arrivare al secchio d’avena reso inaccessibile a lui. Il cavallo sapendo di non poter aprire la porta del recinto da solo ha cercato la collaborazione dell’esaminatore ritenuto in grado di aprire la porta. Per ottenere questo i diversi cavalli hanno dapprima indirizzato un orecchio verso il secchio e un orecchio verso l’esaminatore (come farebbero con un loro cospecifico) e, vedendo che ciò non era sufficiente, hanno cercato di catturare la sua attenzione ricercando il suo sguardo (ritenuto il fulcro dell’attenzione umana). In questo modo hanno testato qual era la strategia che li avrebbe condotti al successo, riprovando dopo ogni tentativo infruttuoso fino al raggiungimento dell’obiettivo. Così facendo testavano le proprie capacità di problem solving. Ogni cavallo ha progredito nei tentativi fino a che l’esaminatore non ha aperto la porta e un cavallo ha persino spinto l’esaminatore con il muso fino ad essa in modo estremamente esplicito. Al raggiungimento dell’obiettivo o risoluzione del problema non fa che aumentare l’autoefficacia del soggetto in quanto raggiunge la consapevolezza delle sue capacità nel portare a termine un progetto operativo ed è un concetto fondamentale nel rapporto cognitivo-relazionale dove si stimola il cavallo ad utilizzare aree del cervello impiegate nella risoluzione dei problemi.
E’ stato inoltre interessante vedere filmati di alcuni studi sulle capacità cognitive del cavallo. Ad esempio in uno di questi si dimostrava la capacità del cavallo di distinguere tra figure grandi e piccole, forme geometriche piene o vuote, mentre in altri si mostrava come il cavallo fosse in grado di riconoscere le persone anche attraverso le fotografie (in pratica veniva dato un rinforzo positivo in corrispondenza dell’immagine di alcune persone che poi il cavallo riconosceva nella realtà). Infine in un ulteriore filmato si metteva in evidenza la sua propensione a riconoscere pattern spaziali (ad esempio la localizzazione di un oggetto) piuttosto che visivi.
Sempre nell’ambito delle abilità di apprendimento del cavallo Rachele Malavasi ha fatto riferimento alla differenza tra emulazione e imitazione. Nel secondo caso si compie un’azione comprendendone il significato. L’esempio è stato fornito dal video di cavallo che aveva imparato ad aprire le molle che chiudono la recinzione elettrificata del paddock senza prendere la scossa elettrica. Analizzando attentamente tutti i movimenti si evinceva che alcuni erano superflui e non utili in quanto il cavallo emulava più che imitava perché non aveva colto il senso di tutti i passaggi ma li ripeteva perché sapeva che alla fine gli permettevano di arrivare all’obiettivo. Alcuni studiosi hanno poi evidenziato la propensione del cavallo ad emulare prevalentemente soggetti di cui ha una grande considerazione, scegliendo di imparare dall’esempio di soggetti rilevanti all’interno del suo gruppo sociale.
Parlando di etologia equina ovviamente non si poteva che fare riferimento anche alla fisiologia dello stress e soprattutto alle conseguenze di una sua cronicizzazione. Rachele Malavasi ha distinto a tal proposito due tipi di risposta allo stress (ovvero stimolo che porta all’alterazione dell’omeostasi) secondo la personalità proattiva o reattiva. Nel caso di una personalità proattiva, l’individuo continua costantemente a lottare per cambiare le condizioni stressanti, nel caso invece della personalità reattiva, l’individuo è introverso e risponde con apatia, acquisisce la consapevolezza della sua impotenza nel cambiare le cose e lo pervade la rassegnazione. Spesso tendiamo a confondere un cavallo apatico e rassegnato come tranquillo e in pace con se stesso quando magari ha semplicemente smesso di opporsi a determinate condizioni stressanti…
Purtroppo la domesticazione e la gestione tradizionale del cavallo hanno reso lo stress cronico un suo triste compagno. Il sovvertimento della routine che un cavallo osserverebbe in natura (ore dedicate al pascolo e al movimento, socializzazione, esplorazione ecc) conseguente alla vita in box per la maggior parte della sua giornata ha generato un costante stress fino ad arrivare alla frustrazione. Come accade per gli esseri umani, ci sono individui che si adattano a questa condizione in modo diverso e la risposta allo stress cronico può determinare il deterioramento della salute del cavallo. L’organismo equino può soccombere a quei meccanismi di ripristino dell’equilibrio messi in atto in risposta ad uno stimolo stressante acuto; questi meccanismi sono funzionali ad una pronta reazione allo stress ma quando gli stimoli persistono e lo stress si cronicizza, gli stessi non sono più in grado di riportare il cavallo al suo equilibrio (che possiamo definire psiconeuroendocrino immunitario o sistema PNEI, ovvero un sistema in cui le diverse funzioni si interconnettono per mantenere lo stato di salute) e le risorse arrivano all’esaurimento.
Mason nel 1991 ha elencato i fattori scatenanti la frustrazione del cavallo e che portano allo sviluppo di disturbi comportamentali quali le stereotipie (es ticchio d’appoggio, ballo dell’orso ecc):
• impossibilità di eseguire un comportamento specie-specifico
• impossibilità di fuggire da una situazione spaventosa o pericolosa
• confinamento ed isolamento sociale
• comportamenti di anticipazione frustrati.
Queste condizioni purtroppo molto frequenti in ambito domestico possono portare alcuni cavalli alla manifestazione di comportamenti afinalistici che, se da una parte sono ancora ahimè vissuti come semplici e fastidiosi vizi da parte dell’uomo, sono espressione di un disagio psico-fisico profondo dall’altra. L’uomo troppo spesso cerca di impedire il loro manifestarsi con metodi cruenti o incruenti senza capire come cambiare l’ambiente in tempi utili ad aiutare il cavallo a uscire fuori da un loop che si è creato per sopravvivere alla frustrazione. Le tempistiche infatti sono basilari. Secondo alcuni studi dopo un periodo di 3-4 mesi dalla prima insorgenza del disturbo comportamentale, la possibilità di regressione è sempre più difficile anche se si cambia il tipo di gestione. Perché?
Tutto ha origine da modificazioni di un’area del cervello chiamata corpo striato. Questa si compone principalmente di una parte dorsale e una ventrale. La prima è responsabile dell’apprendimento associativo cioè basato sulla relazione stimolo-risposta. La seconda è deputata all’apprendimento delle strategie e alla creazione delle contingenze (capacità di capire se quello che si sta facendo è efficace nel realizzare un obiettivo). L’ormone coinvolto ogni qual volta si ha la necessità o il desiderio di qualcosa è la dopamina. Una volta che essa si è legata ai suoi recettori, vengono prodotte endorfine e l’individuo si sente appagato per aver soddisfatto il suo desiderio. Diversi studiosi hanno osservato che nel corpo striato di cavalli affetti da stereotipie i recettori per la dopamina erano aumentati nella parte dorsale e diminuiti in quella ventrale. Ne consegue che in questi cavalli risulta più facile saturare i recettori della parte deputata all’apprendimento associativo stimolo-risposta e quindi l’apprendimento meccanico a scapito della creazione delle contingenze in quanto tale parte del corpo striato non riesce a saturarsi di dopamina. In pratica dopo una prima fase di evitamento del problema e pseudosoluzione con la messa in atto di un comportamento di sostituzione che porta alla produzione di endorfine solo nel momento di necessità, si arriva all’emancipazione di tale azione che verrà messa in pratica in momenti a caso e senza più alcuna relazione logica col contesto. Per questo motivo, una volta cambiata l’espressione dei recettori della dopamina nel corpo striato non sarà più possibile per il cavallo abbandonare il comportamento patologico.
Sono stati fatti inoltre ulteriori studi che hanno approfondito la relazione tra sport equestri e disturbi comportamentali da cui è emerso che:
• cavalli iniziati al lavoro equestre a 2 anni di età anziché 4-5 hanno un maggior rischio di sviluppare disturbi disadattivi.
• esistono delle discipline (per ora quelle studiate sono solo inglesi) in cui c’è una maggiore prevalenza di alcuni tipi di stereotipie: ad esempio nel salto, completo e scuola equestre avanzata sono più rappresentati disturbi caratterizzati da leccare e mordere ossessivo-compulsivo; nel volteggio era più frequente il tongue.play o il muovere afinalistico e insistente della lingua; nel dressage e alta scuola infine era maggiore l’incidenza di ticchio d’appoggio, aerofagico e inscensamento (scuotere la testa).
Sicuramente dietro le stereotipie c’è ancora molto da scoprire, ma credo sia opportuno divulgare le conoscenze che fino ad oggi la scienza ci ha fornito in modo da essere più consapevoli di quello che chiediamo e ci aspettiamo dal cavallo. Personalmente trovo avvilente vedere miei clienti che sgridano il cavallo quando manifesta il ticchio o il ballo dell’orso o peggio ancora sapere di colleghi che prescrivono collari o interventi di tenotomia per impedire al cavallo di risucchiare aria sempre con la vecchia leggenda metropolitana che altrimenti il cavallo rischia la colica (è scientificamente provato e documentato radiograficamente e endoscopicamente che il ticchio non comporta l’ingestione di una quantità di aria sufficiente a determinare una colica gassosa in quanto la maggior parte dell’aria viene restituita all’esterno prima che riesca a raggiungere lo stomaco); è invece frequente che il cavallo vada in colica perché è soggetto ad abitudini alimentari scorrette e antifisiologiche o che abbia una gastrite ulcerosa per cui trova sollievo aumentando la quantità di saliva (ticchiando) in modo da tamponare un eccesso di acidità.
Spero vivamente che sia i miei colleghi che i proprietari di cavalli sviluppino sempre più la necessità di capire e studiare la psicologia e le esigenze fisiologiche di un animale meraviglioso come il cavallo che tanto diamo per scontato. Grazie a Rachele per questi importanti spunti di riflessione. A breve inserirò anche i riferimenti bibliografici.

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