Parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco CamparaOggi parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco Campara. Marco è un pareggiatore da più di dieci anni ed è certificato PHCP associazione americana di Progressive Hoof Care Practitioner. Ha avuto la possibilità di viaggiare molto ed entrare in contatto con le realtà del Barefoot (cavallo scalzo) in molti stati (Argentina, USA, Gran Bretagna, Francia ecc.), segue regolarmente cavalli in quasi tutta Italia che vivono in differenti realtà e gestioni e praticano le più svariate attività. Io e Marco seguiamo alcuni pazienti insieme secondo un approccio multidisciplinare nell’ambito del progetto Equid Care Provider Team, un’insieme di professionisti impegnati nella cura e nel mantenimento del benessere del cavallo. Ecco qui di seguito l’intervista a Marco che ci parlerà della sua esperienza in podologia equina.

Marco, come è nato il tuo interesse per la podologia equina?

Parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco Campara

Il pareggiatore Marco Campara e un suo assistito equino

 

La curiosità e la passione per i cavalli mi ha portato a intraprendere questo percorso. Vengo da una formazione scolastica scientifica e ho lavorato per anni nella meccanica automobilistica fino alle competizioni internazionali. Proprio questa esperienza mi ha portato a chiedermi perché la tecnologia che oggi giorno propone materiali sempre più performanti non venga applicata e sfruttata nella protezione dello zoccolo del cavallo. Per trovare la risposta a questa domanda ho scoperto che già la natura aveva creato un sistema perfetto per la motricità del cavallo. In aiuto al piede del cavallo sono disponibili un ampio catalogo di protezioni temporanee che finalmente sfruttano i nuovi materiali di cui disponiamo per la podologia equina.

 

Parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco Campara

Parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco Campara: <<ho scoperto che la natura aveva già creato un sistema perfetto per la motricità del cavallo>>

Parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco Campara

Sistemi di protezione del piede equino alternativi al ferro

Parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco Campara

Sistemi di protezione del piede equino alternativi al ferro

Come è avvenuta la tua formazione?

Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Belmonte, biologo e appassionato di cavalli, da cui ho imparato le basi del pareggio ma soprattutto un approccio scientifico alla podologia equina, l’importanza dell’alimentazione ma soprattutto la complessità del “sistema” cavallo. Negli anni ho potuto lavorare con pareggiatori e veterinari riconosciuti a livello internazionale con cui ho potuto affinare tecniche e conoscenze in un fertilissimo scambio di esperienze. L’ingresso nella PHCP è stata l’ennesima occasione per confrontarsi con realtà differenti ed esperienze diverse. Con gli anni ho ampliato la mia attenzione sul cavallo nella sua globalità perché ho visto per esperienza che non si possono risolvere problemi di podologia equina senza considerare tutto il sistema. Ho incontrato la necessità di un approccio su più “fronti” e ho deciso di fondare una associazione che riunisse specialisti in vari campi (veterinari, dentisti, addestratori, alimentaristi, chiropratici, ecc) interessati a condividere conoscenze e desiderosi di confrontarsi su diversi piani. E’ nata così la Equid Care Provider Team, negli anni ho visto con piacere come risolvendo tanti piccoli problemi fisici e di gestione del cavallo la qualità e la performance dello zoccolo miglioravano rapidamente. La mia formazione in podologia equina ad oggi è tutt’altro che terminata anche se mi accorgo che per quanto riguarda il pareggio dello zoccolo il fattore decisivo è l’esperienza e un approccio al piede diciamo mentalmente aperto non influenzato da dogmi o tecniche preconfezionate.

Come descriveresti la gestione naturale?

La gestione naturale è un argomento un po’ spinoso dal mio punto di vista. Oggi vedo uno scontro infruttuoso fra i sostenitori della gestione naturale e quelli della tradizionale. La mia opinione è che la gestione naturale non esista o meglio non è applicabile sul nostro territorio e con la concezione del cavallo come animale d’affezione. Prima di far esplodere critiche mi affretto a chiarire. La gestione naturale del cavallo prevederebbe enormi spazi con possibilità di pascolo e di nomadismo di branchi più o meno numerosi e liberi di creare gerarchie al loro interno. Ci sono esempi di queste realtà che ho avuto la fortuna di osservare in Italia ma sono casi veramente rari e soprattutto dove l’uomo è chiamato a interferire il meno possibile. Per cui non mi piace parlare di gestione naturale perché la ritengo utopica ma preferisco parlare di una migliore gestione del cavallo secondo le possibilità di ogni singola situazione. Sono fermamente convinto che il cavallo abbia assoluta necessità di muoversi e di relazionarsi con i suoi simili e che la vita scuderizzata sia stata una necessità del passato, quando il ruolo del cavallo era parte integrante del quotidiano della vita umana. Oggi il cavallo viene tenuto in box solo per nostra comodità e per carenze di spazi da dedicargli. Possiamo impegnarci e offrirgli una gestione migliore ricavando spazi aperti anche su terreni che noi riteniamo impervi curando con più attenzione la sua alimentazione non basandola su abitudini di scuderia ma su fatti scientifici e biologici, preoccupandoci delle necessità sociali e caratteriali di ogni singolo individuo. Si potrebbe parlare per ore di questo argomento, ma, per non dilungarmi, concludo che per esperienza ho conosciuto più cavalli che hanno riportato infortuni in box di quelli liberi in branco all’interno di paddock più o meno grandi. E’ vero anche che ci sono molti cavalli che, per quanto vivano in ampi spazi, stazionando davanti alla rotoballa del fieno, in condizione di scarsa igiene e pulizia, hanno zoccoli in condizioni peggiori di cavalli scuderizzati in un alto livello di igiene. Ogni proprietario può e deve impegnarsi per migliorare le condizioni di igiene e di alimentazione (che ritengo le chiavi di volta di molti problemi) del proprio cavallo indipendentemente sia esso scalzo o ferrato.

Durante la fase 1 dell’emergenza CoVid 19 molti proprietari non hanno potuto accudire il proprio cavallo perché custodito in un centro ippico o maneggio e sono preoccupati per la loro permanenza costante in box o in paddock piccolo senza la possibilità di muoversi al di fuori ecc. Come pensi che questo possa influire sulla salute del piede e sul suo benessere in generale? Perché uno dovrebbe scegliere la gestione naturale e a quali scenari va incontro?

A questa domanda preferisco rispondere in maniera provocatoria. La possibilità di andare giornalmente dal proprio cavallo, cosa per altro rara per la maggior parte dei proprietari, per diciamo un ora o due lascia al cavallo 154 ore settimanali di inattività contro le 14 in nostra compagnia. Il rapporto dovrebbe preoccupare indipendentemente dalle restrizioni per il coronavirus. Adesso che abbiamo dovuto provare sulla nostra pelle la difficoltà di vivere in spazi ridotti forse ci potremmo rendere conto di cosa vuol dire trascorrere 22 ore al giorno in una stanza di 3×3 metri con l’unico stimolo del cibo tre volte al giorno.

Parliamo di podologia equina con il pareggiatore con Marco Campara

Il pareggiatore Marco Campara e un suo assistito sotto la supervisione del compagno di paddock

I problemi in podologia equina e salute del cavallo sono gli stessi di sempre. La scarsa igiene delle lettiere e la totale mancanza di stimolazione del piede e della circolazione per mancanza di movimento influiscono direttamente sulla qualità dello zoccolo e sulla sua soundness. Come fare? Scegliete un centro equestre che offra un buon livello di questi servizi, dove le lettiere siano pulite giornalmente più volte, dove l’alimentazione sia personalizzata per ogni cavallo, dove il fieno è sempre disponibile e di buona qualità e dove ci siano spazi dove almeno far sgranchire il cavallo tutti i giorni. Ovviamente tutto questo avrà un costo ma sicuramente porterà anche a degli ottimi risultati.
Concludendo questa situazione anomala non ha fatto altro che portare alla luce problemi esistenti da molto a cui però non abbiamo mai dato l’attenzione e l’importanza che meritano.
Il migliorare la gestione del nostro cavallo ci farà scoprire di come una vita sociale e il movimento lo mantengano più allenato e sereno, una corretta alimentazione ne prevenga patologie rendendolo più performante. Sarà altrettanto vero che metterà a nudo la vera relazione che ha con noi, avendo a disposizione grandi spazi potrà scegliere o meno la nostra compagnia e sarà nostro compito risultare interessanti ai suoi occhi. Per esperienza personale ho visto che i cavalli che fanno una vita serena in branco sono molto più disponibili nel lavoro e pronti nelle richieste anche dopo lunghi periodi di inattività.

Ora ti faccio una domanda scomoda… il piede scalzo è una buona scelta per tutti?

Il piede scalzo è un ottima scelta per chi si vuole fare delle domande e vuole iniziare a conoscere meglio il proprio cavallo e la podologia equina. Soprattutto in Italia il barefoot e la mascalcia sono viste come due fazioni di una guerra santa o le due facce della stessa medaglia, dal mio punto di vista dovrebbero essere entrambe integrate, migliorate e aggiornate per raggiungere il medesimo scopo: il benessere dello zoccolo del cavallo. Una mascalcia corretta prevederebbe periodi di sferratura per rigenerare lo zoccolo e rimediare alle limitazioni del ferro come d’altro canto il piede scalzo deve prendere in considerazioni protezioni temporanee (scarpette) quando non si ha la possibilità di allenare il piede per le nostre necessità sportive. Dal mio punto di vista e dalle mie esperienze, il piede scalzo è migliorativo per il cavallo qualora vengano analizzate le singole situazioni di gestione e si decida un percorso coerente con il proprietario. In altre parole non bisogna fissarsi sul piede scalzo senza protezioni perché non sempre è possibile, ma bisogna vagliare tutte le possibilità esistenti per il bene del nostro cavallo. Spesso mi trovo a dire ai nuovi clienti che l’applicazione temporanea del ferro su un piede divenuto sano e forte non crea così tanti danni ed è sempre possibile farlo. Pochissime volte però mi è poi capitato che il proprietario, una volta provato il cavallo scalzo, abbia optato per la ferratura invece che per qualche tipo di scarpetta.

Quali sono le difficoltà a cui si va incontro dopo aver sferrato il cavallo?

La più grande difficoltà è quella psicologica! Dal momento che si decide di sferrare il cavallo si diventa vittime di mobbing da parte di tutti quelli non barefoot, tutte le patologie compresa la forfora sulla criniera sono imputate al piede scalzo e un’ imprecisa falcata viene subito notata da tutti. Detto questo, per sdrammatizzare un po’, ci troviamo in una situazione dove siamo investiti da un mare di informazioni e difficilmente abbiamo il tempo e la volontà di verificarle, in questo mare in tempesta il neo proprietario di cavallo barefoot si trova perso, per questo consiglio a tutti indipendentemente dalla scelta di informarsi di leggere non i numerosi blog che si trovano sui social ma articoli e pubblicazioni scientifiche sull’argomento. In alternativa cercare un professionista che spieghi minuziosamente le sue scelte di pareggio e di gestione, non come un dogma, ma, come scelta personalizzata per ogni cavallo.
Il proprietario sentirà parlare spesso di periodo di transizione, non mi piace come definizione. Sferrare un cavallo che ha portato ferri per molto tempo vuol dire andare incontro a un periodo di RIABILITAZIONE del piede. Tutte le strutture interne che fino ad oggi non avevano avuto stimoli si trovano a doversi rinforzare e irrobustire. In questo periodo di riabilitazione delle funzioni del piede il cavallo va gestito e compreso come se fosse un atleta operato ai legamenti crociati, avrà bisogno di attività mirata su superfici scelte in base alla situazione e si dovrà portare un po’ di pazienza. Non ho mai incontrato, se non in caso di patologie acute, situazioni che richiedessero periodi di riabilitazione molto lunghi (qualche mese) durante i quali abbiamo comunque un cavallo che si può montare e che si DEVE muovere. Una volta riabilitato il piede, si avranno infinite transizioni, che il cavallo affronterà automaticamente e di cui noi difficilmente ci accorgeremo. Transizioni stagionali dovute al cambio di umidità e durezza del terreno, transizioni per l’aumento dell’attività o del cambiamento della gestione.
Mi piacerebbe chiarire che è molto più facile di quello che si pensi scalzare un cavallo ma è importante e fondamentale che il proprietario ne capisca il percorso e sia disposto ad affrontarlo.

Parliamo di podologia equina con il pareggiatore Marco CamparaOvviamente ci sono cavalli che mi hanno insegnato di più e sono quelli che mi hanno messo in difficoltà. Cavalli con patologie croniche a cui non era stata data possibilità di recupero dalla mascalcia e veterinaria tradizionale, cavalli con laminiti e deformazioni dello zoccolo che oggi sono tornati performanti grazie soprattutto a un ottimo lavoro di squadra dove il ruolo del proprietario è fondamentale.

Ho imparato molto a livello tecnico da cavalli particolarmente sensibili, a cui un colpo di raspa in più peggiorava vistosamente il movimento, e che richiedevano un attenzione che spesso ci si dimentica nella routine lavorativa.

Mi piacerebbe concludere sottolineando quanto sia importante scegliere i professionisti giusti per avere i risultati migliori. Sono convinto che un pareggiatore improvvisato faccia più danni di un buon maniscalco e come molti cavalli portino il segno di una mascalcia dozzinale e troppo economica. Le scelte troppo spesso dettate dal denaro ricadono inevitabilmente sulla salute del cavallo, dalla scelta del fieno a quella del maneggio passando dalla gestione del piede. Purtroppo non ci sono certificati o pezzi di carta che possono aiutare nella scelta dei professionisti a cui affidarsi, il mio consiglio è quello di pretendere sempre spiegazioni e risultati. Il bravo professionista sa spiegare le sue scelte tecniche e soprattutto sa ammettere quando sono sbagliate ed è pronto a cambiarle in corso d’opera.